Mezzo passo più tardi

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(in precedenza: L’ultima alba)

– E ora, cosa vedi?

Kreb Korbo, ufficiale pilota di prima classe, sbuffò piano nel microfono e trattenne un’imprecazione.
– Con l’età stai diventando noioso, Zic.
– Può darsi. Ma tu cosa vedi?
– Lo stesso di un minuto fa.
– Cioè? Ripetimelo per favore, perché forse prima non ho capito bene.
– Nebbia, solo nebbia.
– Sarebbe a dire che non vedi niente.
– Esatto.
– E non credi che sarebbe il caso di ritirarci più indietro?
– No. Manteniamo la posizione fino a nuovo ordine.
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Silk

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da: Bill
a: Nike
data: 01 luglio 2001 10:17
oggetto: silk

Questa è una cosa antica. Quando non hai un nome per dire le cose, allora usi delle storie. Funziona così. Da secoli.

Alessandro Baricco, Seta

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L’ultima alba (ending)

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(segue da qui)

L’ufficiale si trovò d’improvviso a corto di parole. Si limitò a fissare il proprio superiore con gli occhi sgranati e la bocca semiaperta.
Di rimando, il comandante gli rivolse uno sguardo di amara consapevolezza. Lo sguardo di un uomo che aveva scrutato dentro l’abisso delle probabilità, scorgendovi il riflesso del proprio destino imminente.
Un riflesso decisamente cupo.

– Ci state arrivando anche voi, non è vero?
– Io… proprio non so cosa pensare, signore.
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L’ultima alba (opening)

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Anche quel giorno, il comandante della guarnigione era sveglio da ben prima dell’alba. Quando non riusciva a dormire gli piaceva osservare l’orizzonte dall’ampia finestra del suo ufficio, in attesa che il cielo notturno iniziasse a tingersi di quell’azzurro incerto, intriso di foschia, che gli ricordava le albe invernali del mondo su cui era nato. Questa era una cosa nuova, per lui; in tanti anni di servizio non aveva mai avuto nostalgia di casa. Forse perché non si era ancora trovato, prima di allora, così prossimo alla fine.

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Il lungo addio

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(in precedenza: Partire è un po’ morire)

… so che in questo momento ti senti solo, sei arrabbiato e forse anche confuso, ma ci tenevo a dirti una cosa di cui non devi dubitare: hai agito per il meglio.
Sei stato avventato, sei stato un folle, hai rischiato più di quanto fosse possibile rischiare. Ma hai vinto. Hai tratto in salvo delle vite di cui non importava a nessuno (di certo non alle autorità), che senza di te sarebbero state distrutte un pezzo alla volta. Hai messo fine a un crimine rivoltante, e sei riuscito a venirne fuori senza riportare danni alla tua persona.
Dunque, io avevo torto nel volerti trattenere, e tu eri nel giusto, fino in fondo.
Hai servito e protetto, come meglio non avresti potuto; per educare, ci sarà tempo. Il primo fondamento della nostra regola è il più difficile da mettere in pratica, e riguarda innanzi tutto noi stessi.

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Filosofia mutante (seconda parte)

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Fontana Pessinea, Viù, Valli di Lanzo (TO) http://www.vallediviu.it/fontana-e-benal/

Fontana Pessinea, Viù, Valli di Lanzo (TO)
http://www.vallediviu.it/fontana-e-benal/

(segue dalla prima parte)

E qui mi ci sono riconosciuto alla grande, in questo surfare in modo solo in apparenza superficiale fra diverse passioni, senza approfondirne a dismisura una sola – che anzi come atteggiamento mi fa impressione e mi suscita anche una certa diffidenza, quando lo vedo in altre persone – ma vivendo il più appieno possibile l’apertura mentale e la diversificazione (sensoriale, emotiva, conoscitiva, e chi più ne ha più ne metta) di questo mio agire.
Ah, che bello! Come mi sono sentito un vero mutante, a leggere queste pagine! Tantopiù, scrive ancora Baricco, che rimane comunque in questi nuovi barbari un senso di nostalgia implicito e istintivo per ciò che un tempo era sacro, monolitico, perché la mutazione è sempre un fatto doloroso e per propria definizione incompleto. Fantastico! C’è pure questo! Sì sì, mi riconosco eccome!
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Filosofia mutante (prima parte)

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da: Bill
a: Dave
data: 21 dicembre 2005 23:19
oggetto: filosofia mutante

Caro Dave,

anche quest’anno siamo arrivati a Natale, e per me si tratta di un’occasione speciale. E’ il primo Natale che passerò nella mia nuova casa. Evviva!
Che poi, casa. Un monolocale, 50 metri quadri bagnati. Ma è casa mia, davvero. Finalmente. Arredata a mia immagine e somiglianza, dunque ti lascio immaginare.
Come dici? Qualche foto? No no, ti lascio proprio immaginare. E quando sarai stanco di immaginare, verrai a vedere con i tuoi occhi, così potrai farti un’idea di persona. Andiamo, quanti anni sono che non porti le tue nobili chiappe quassù al Nord? Troppi 😉
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Partire è un po’ morire

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Il giovane Vladji’har era consapevole di come lo scorrere tempo sia solo un concetto astratto, e il misurare tale scorrimento una mera – per quanto utile – convenzione.
Era altresì consapevole che espressioni come il rallentare del tempo, o il suo accelerare a seconda dei casi, sono dettate da impressioni soggettive dovute alle circostanze. E lui era addestrato a non lasciarsi distrarre, né condizionare, dalle suggestioni di fuggevoli stati emotivi. Poiché un guerriero saggio non fugge dalle proprie emozioni, ma si fida di esse solo dopo aver raggiunto una perfetta padronanza di sé.
E un guerriero potente sa controllarle a proprio vantaggio e farne strumento di più alta limpidezza interiore, allo scopo di guidare se stesso e chi a lui si affida, senza che siano le proprie emozioni a guidare lui.
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Sì, ma… qual è la domanda? (ending)

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Galeotto fu il libro… [Roma, atrio della Stazione Termini. Libreria Borri Books]

(qui la puntata precedente)

Era mattina, c’era aria di pioggia, e mi trovavo in uno dei miei luoghi di perdizione preferiti. Un’enorme libreria su tre piani, con le pareti interamente di vetro, situata nell’atrio della stazione Termini.
Una posizione davvero strategica. La prima cosa, bella grossa, che uno nota entrando in stazione. L’ultima che incontra prima di uscirne, quanto meno dall’uscita principale.
Di solito vado lì in cerca di qualche buona lettura. O di un’avventura galante.
A volte, riesco a ottenere entrambe. Sareste stupiti di sapere quante donne sole a annoiate si aggirino fra quegli scaffali, colmi di libri di ogni genere e specie, con l’intento di curiosare non fra le copertine ma tra la fauna locale. Anche solo per due chiacchiere, si capisce. Ma – nemmeno così di rado – non solo per quello. E io, pur con i miei cinquant’anni suonati, i capelli ingrigiti e una gamba offesa, lì con il mio bastone appeso all’incavo del braccio, mentre studio una rara prima edizione di qualche autore americano o spagnolo, che ci crediate o no, riesco quasi sempre a portare a casa un risultato. Spesso superiore alle mie aspettative.
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Saggezza africana

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Ana Serradilla

Lei si staccò da me e mi guardò negli occhi. Io guardai nei suoi.
C’era qualcosa, in quello sguardo. Qualcosa che non ho saputo cogliere fino in fondo, né in quel momento né mai. E che mi affascinava. Sarei annegato volentieri nello sguardo di quegli occhi neri. Sus hermosos ojos negros.
Una curiosità vivace, divertita. Dolce. Una scintilla di vitalità appena contenuta, di malizia compiaciuta, eppure ingenua.
Si sarebbe detto che, da un istante all’altro, potesse mettersi a ballare nuda sul tavolo della cucina. In un certo senso, quello che stava accadendo ci andava molto vicino. Ed era anche meglio.

Era lì, sdraiata in braccio a me, sul divano di quella piccola stanza, senza nient’altro addosso che un brasiliano di pizzo nero. Le avrei tolto volentieri anche quello, ma non c’era fretta. Mi piaceva guardare come le si disegnava addosso.
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