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da: Bill
a: Nike
data: 01 luglio 2001 10:17
oggetto: silk

Questa è una cosa antica. Quando non hai un nome per dire le cose, allora usi delle storie. Funziona così. Da secoli.

Alessandro Baricco, Seta

Eggià, come è vero ciò che afferma il buon Baricco.
Anche per me è stata necessaria una storia, per essere capace di scoprire una sola, piccola, parola, il titolo del romanzo che ho citato. Una storia a cui si deve il mio personale avvicinamento alle opere del nostro Caro Scrittore, verso il quale, fino a pochi giorni fa, nutrivo qualche diffidenza.
Frutto, peraltro, di recensioni non proprio lusinghiere che avevo letto chissà quando e chissà dove in merito a una delle sue fatiche letterarie; lo so, non dovrei lasciarmi influenzare tanto facilmente da qualche oscuro critico di cui non ricordo neppure il nome, ma a volte succede.
Nella circostanza, se non erro, il cerbero aveva stroncato Baricco asserendo che questi fosse bravissimo a ricamare intere eleganti e raffinate pagine intorno a un beato nulla. Diciamo che non ero rimasto propriamente incoraggiato alla lettura di qualche suo libro. Fino a che, intorno a Natale, mi è capitato di osservare una mia giovane nonché nuova collega (anche se nella fattispecie sono io a essere “nuovo”, dal momento che pochi mesi fa ho iniziato a lavorare in un’azienda in cui lei si trova da anni, ma non sottilizziamo), dicevo, questa fanciulla che trascorreva ogni attimo libero, perfino quando si alzava dalla scrivania per andare a infilare una risma di fogli nella stampante, con il naso piantato in un libro di (indovina un po’?) sì, proprio di Baricco.
Dopo qualche giorno la curiosità ha avuto il sopravvento, e le ho domandato se davvero lo trovasse un autore così avvincente. Lei mi ha risposto con occhi luccicanti di ammirazione, e mi ha convinto, non tanto per quello che ha detto, ma per come lo ha detto, che avrebbe potuto essere interessante, per me, verificare di persona. Così mi sono annotato un paio di titoli sulla mia agenda delle “cose da fare” (Seta me lo ha suggerito lei, perché è corto e si legge in un soffio); dopo qualche tempo ho trovato i due romanzi che cercavo sul catalogo di una rivista letteraria cui sono abbonato, li ho ordinati, mi sono arrivati e li ho riposti su uno dei pochi ripiani della mia libreria che disponga (disponesse) di qualche centimetro cubo libero.
Questo è successo dieci giorni fa.

Otto giorni fa, un giovedì sera, ho iniziato a leggere Seta.
Mentirei, se dicessi soltanto che mi è piaciuto. Perché l’ho amato.
Profondamente, come solo si può amare un fiore bellissimo e fragile che schiuda i propri petali nella luce incerta di un mattino d’autunno, per vivere un unico giorno, e poi sparire.
Teneramente, come solo si può fare nei confronti di tanta mirabile quanto fuggevole armonia. E potrei andare avanti con altre similitudini per una mezzora, ma forse tu hai di meglio da fare che star qui a sorbirti i miei monologhi (un amico, col quale ho condiviso gli ultimi mesi del mio vecchio lavoro, mi diceva che sono troppo incline ad entusiasmarmi per qualsiasi cosa; tu che dici, sarà vero?). Insomma, quel libro mi è piaciuto un casino. Elegante e raffinato? Certo, addirittura musicale, nella breve e precisa scansione di parole solo apparentemente semplici, invero finemente inanellate. Ricamate intorno al nulla? Beh, se i sentimenti, per quel tale, non sono nulla, allora forse aveva ragione lui.
Ma mi si permetta di opporre un vibrato dissenso. Perché a mio modesto avviso si tratta di un romanzo delizioso, tenero ma senza ombra di facili autoindulgenze o compiacimenti sentimentali. Esprime qualcosa di autentico. Sottile irrequietudine; e ragionata serenità, a un tempo. E un concetto a me carissimo. La ricerca. Non dell’amore. Della conoscenza. Attraverso parole snelle, ma armonizzate con efficacia. Parole pesanti, anche, a volte, non tanto per come appaiono, ma per le riflessioni che inducono; arrotondate, tuttavia, da uno stile che denota una sensibilità profonda, che non è certo da tutti saper esprimere con altrettanta precisione e leggerezza.
Ho terminato di leggere Seta verso le nove di venerdì sera, un giorno e qualche ora prima di iniziare a scrivere questa lettera. Mi sono alzato (io leggo quasi sempre a letto, una piacevole consuetudine), ho preso un notes e una penna, e dal momento che stavo già pensando di scriverti per il tuo compleanno, mentre ero ancora pervaso dalle sensazioni lasciatemi dal quel breve romanzo, ho buttato giù di getto queste poche righe:

In questo tuo giorno di festa,
mia carissima e deliziosa amica,
il mio augurio è che la vita possa esserti lieve
come la morbida carezza
di un amante,
dolce e profumata
come il tocco del tuo sorriso
sulla sua pelle.

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