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da: Bill
a: Dave
data: 21 dicembre 2005 23:19
oggetto: filosofia mutante

Caro Dave,

anche quest’anno siamo arrivati a Natale, e per me si tratta di un’occasione speciale. E’ il primo Natale che passerò nella mia nuova casa. Evviva!
Che poi, casa. Un monolocale, 50 metri quadri bagnati. Ma è casa mia, davvero. Finalmente. Arredata a mia immagine e somiglianza, dunque ti lascio immaginare.
Come dici? Qualche foto? No no, ti lascio proprio immaginare. E quando sarai stanco di immaginare, verrai a vedere con i tuoi occhi, così potrai farti un’idea di persona. Andiamo, quanti anni sono che non porti le tue nobili chiappe quassù al Nord? Troppi 😉

Dunque, dove eravamo rimasti? Ah, sì. Ti stavo raccontando della mia personale indagine, sulle motivazioni che mi portano a scrivere. In attesa che ti venga voglia di raccontarmi le tue, vado a concludere.
La volta scorsa ero arrivato a Stephen King, al suo Danse Macabre e al terzo occhio di cui tutti quanti disponiamo da bambini (°). E per alcuni anni, mi ero fermato lì.

Poi, col tempo, leggendo qua e là, avevo ricopiato estratti dalla prefazione di Acqua, luce e gas di Matt Ruff, autore e titolo che non conoscevo, trovato su una bancarella e comprato dietro consiglio di un amico, che si trovava con me in quel momento. Un consiglio azzeccato, direi.
A rileggere questi appunti, annotati su fogli A4 sparsi – probabilmente durante un viaggio in treno, quindi con grafia molto approssimativa – non riesco a cogliere fino in fondo le intuizioni e gli stati d’animo “a caldo” che me li hanno fatti apprezzare. Tuttavia, nel contesto del discorso, pur se non ne vengono fuori spunti risolutivi, mi sembra che ci stiano bene. Eccoli qui, dunque.

Uno degli inconvenienti di appartenere alla razza di chi racconta storie è la tendenza a dimenticare che la vita non è una storia, per quanto grande possa essere il bisogno di percepirla come tale. E uno dei difetti principali della vita, dalla prospettiva di chi racconta storie, è che le manca una conclusione. […] Conclusione nel senso della convergenza narrativa, di tutti gli elementi che si riuniscono, delle questioni rimaste in sospeso che si risolvono dopo un climax finale. La vita vera non è mai così precisa, e non smette di accadere solo perché qualcuno ha riportato una vittoria. In un romanzo si arriva sempre alla fine, ma gli eventi reali sono seguiti da altri eventi reali. […] …l’unico antidoto efficace alle lotte e alle sofferenze che le accompagnano è sfuggire in qualche modo al futuro. E l’unico modo per farlo, l’unico modo reale, al di là dell’immaginaria conclusione di una favola, è morire prima che il futuro arrivi. La speranza è decidere che preferisci vivere al di fuori di una storia fittizia, piuttosto che essere un cadavere. […] Non si sconfigge il pessimismo sommando bene e male su un tovagliolo da dessert per vedere quale dei due raggiunge il totale più alto. La speranza è una scelta, non una somma. Puoi averne quanta ne vuoi se ti senti di averla, a prescindere dalle circostanze reali. Ma se cerchi di spiegarlo a qualcuno che è di cattivo umore, potrebbe pensare che sei paternalista e tirarti addosso qualcosa. E’ meglio usare un po’ di sottigliezza.

Infine, proprio all’inizio di questo mese, mi è capitato di leggere un saggio di Alessandro Baricco che in proposito è stato illuminante, ha gettato nuova luce su tutta la faccenda. E’ curioso come vadano certe cose, una catena di coincidenze. Baricco ha scritto un saggio sulla mutazione intitolato I barbari, solo che lo ha fatto a puntate, pubblicate su la Repubblica tra maggio e ottobre. A novembre, il saggio è stato raccolto in volume e stampato.

A dicembre, l’ho visto in vetrina da Borri Books nell’atrio della Termini e l’ho comprato. E l’ho letto. Una prima metà nel corso di un’ottima, lunga e gustosa cena da Flann O’Brien (un pasto particolarmente apprezzabile anche anche per averlo accompagnato dalla lettura dell’ottimo Baricco) e l’ho finito un paio di giorni dopo, durante le soste del mio interminabile viaggio di ritorno.
Baricco, che già conoscevo – e apprezzavo molto – come romanziere, con il suo linguaggio sempre diverso nel ritmo e nella misura, solo all’apparenza semplice ma in realtà conciso e profondo, godibilissimo. Insomma, era già uno dei miei preferiti fin dai tempi di Seta. Ma questa volta ha superato se stesso, mi ha sorpreso e conquistato. Leggere questo saggio di Baricco è una cosa che mi solletica le papille gustative e poi le soddisfa appieno, come l’ottimo sugoso piatto di fettuccine alla bolognese che ho mangiato quella sera al ristorante; felice occasione di godimento culinar-letterario che mi si rievoca rileggendo le stesse pagine, come ho fatto in questi ultimi giorni per riprendere meglio certi concetti.

Il buon Baricco racconta di questi nuovi barbari, di questi strani mutanti di cui tanto si parla al giorno d’oggi, e che vengono additati come il male che affligge le più alte vette della cultura e della civiltà de noantri. Affronta il discorso cercando di scoprire come combattono, ‘sti nuovi barbari, analizzando delle situazioni per così dire minori, periferiche, i villaggi saccheggiati come lui li chiama, dove il campo d’indagine è più circoscritto e dovrebbe essere più facile cogliere dei segni.
Lo fa parlando di vino, di calcio e di libri. E lasciamo stare che parlando di calcio, e di Baggio, se ne esce dicendo che di bandiere, nel calcio moderno, qui da noi, sopravvivono giusto Maldini e Del Piero. Ah sì? E il nostro Magnifico Capitano (nostro nel senso di mio e tuo, e in senso più ampio della romanità tutta), ad oggi 12 stagioni con la stessa onorata maglia giallorossa, che ha saputo resistere alle sirene e ai miliardi di mezza Europa, pur di sposare per sempre la causa della propria città e della squadra per entrambi le quali è un simbolo, dove lo mettiamo? Ma come, dico io, da un tifoso del Toro (quindi sanguignamente abituato a soffrire, nonché veder trionfare, non sempre in modo limpido, gli squadroni del nord) e che per giunta vive a Roma, un tale dimenticanza non me l’aspettavo. Non sapremo forse mai se sia stato un lapsus o un’omissione volontaria, ma diciamo che lo perdono, va’…

E comunque, dicevo, dopo aver deliziato il lettore (in questo caso me) con il suo linguaggio diretto e schietto, da erudito che sa coniugare la sua preparazione mostruosa con l’esigenza di comunicare in modo semplice e chiaro, per quanto non banale, ma anzi, con efficacia e gusto, alimentando il piacere suo di scrivere e il nostro di leggere.
E dopo aver raggiunto e argomentato conclusioni splendidamente semplici e chiare, limpide, in particolare a proposito di libri, di quelli che leggono i nuovi barbari, insomma i mutanti.
Dopo tutto ciò, il nostro buon Baricco arriva a dire che i mutanti leggono, sì, ma solo libri che sono scritti in una sorta di linguaggio universale, una nuova koinè, le cui istruzioni per l’uso e la comprensione non sono contenute in altri libri, ma in altri luoghi ed esperienze, che permettono di inserire questi libri in un flusso di esperienze e di punti messi in connessione fra loro, in grado cioè di fungere da luoghi passanti.
Bellissimo!

Egli sostiene che questi nuovi barbari non cercano più il senso nelle recondite profondità di ambiti circoscritti, diventando degli eruditi bestiali di una singola mattonella, trascurando per forza tutto il resto intorno, come facevano i nostri padri e nonni; ma ricercano il senso distribuito in superficie muovendosi veloci fra diversi punti, fra diversi di questi luoghi passanti, in grado di moltiplicare le esperienze e imprimere nuove accelerazioni a questo loro modo di sentire. Ovvero, facendo surf fra le esperienze e i luoghi medesimi.
Splendida immagine, non trovi?

(continua sulla seconda parte)

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(°) Qui il riferimento travalica l’universo semi-immaginario di Hazen Mavi, ricollegandosi a questa serie di post. Che avrete senz’altro letto 😉  [NdA]

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