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Roma, Colle Palatino, 2 settembre 2013. "La Plumbago è una specie perenne semisarmentosa originaria del Capo di Buona Speranza: amante del sole, cresce all'aperto solamente nei climi temperati."

Roma, Colle Palatino, 2 settembre 2013. “La Plumbago è una specie perenne semisarmentosa originaria del Capo di Buona Speranza: amante del sole, cresce all’aperto solamente nei climi temperati.”

(qui la puntata precedente)

Da Mexico City mi spostai prima ad Acapulco e dopo a Veracruz, poi scesi verso sud in Guatemala e Honduras, via nave approdai in Costa Rica e ancora per mare sbarcai in Colombia, da cui passai in Venezuela e dunque in Brasile, dove rimasi due mesi.
Con Paraguay e Argentina completai la direttrice sud del mio percorso, e iniziai a risalire la Cordillera de los Andes sul versante del Pacifico prima in Cile e poi in Perù. Dalle rovine di Macchu Picchu nella valle dell’Urubamba rimbalzai in Cile, per rivedere una ragazza che mi aveva spezzato il cuore. Insieme a lei visitai l’Isola di Pasqua, ma al ritorno in terraferma scomparve e non la rividi né la sentii mai più.
Mi trasferii in Australia, dove ebbi problemi con il visto e ripiegai quindi sulla Nuova Zelanda, rimanendo per un po’ a flippare fra Auckland e Richmond.
E poi Borneo, Singapore, Malaysia, Tahilandia, Laos e Cambogia.
Pechino, Shangai, Ulan Bator e Hong Kong.
Giappone.

Mio dio, il Giappone.
Ho amato il Giappone e i Giapponesi, e ancora li amo, immensamente.
In quattro mesi, tra Fukuoka, Hiroshima, Osaka, Nagoya, Tokyo e Sapporo, e dintorni vari di ciascuna di queste città, ho visto luoghi conosciuto persone e vissuto cose che mi faranno rimpiangere per sempre di non essere nato in Giappone. Ho amato una ragazza giapponese, e anche lei mi ha spezzato il cuore. Nonostante ciò, credo che se potessi scegliere una donna con cui invecchiare, sarebbe lei.
Ma a dispetto dello sconfinato amore che provo per quel Paese e per la sua gente, non potrei mai (non so per quale arcana ragione) vivere in nessuno dei luoghi che ho visitato in Giappone. Non so perché. Me lo sono domandato spesso, ma non ho trovato una risposta. Forse, c’è una vena struggente nel mio modo di vedere e sentire e vivere in Giappone, che finisce per diventare una corda tesa che vibra troppo forte, troppo in profondità. Come il brontolio incessante delle viscere di un vulcano attivo. Continuavo a voler fuggire e a non poter fare altro che restare un’altra ora, un altro giorno, un’altra settimana. Poi un mattino all’alba gettai il cuore oltre l’ostacolo, e partii; provando una nostalgia infinita prima ancora di aver messo un piede fuori dal suolo giapponese.

Mi imbarcai su un peschereccio che fece uno scalo tecnico in Kamchatka, e da lì, dopo qualche giorno intessuto di resistenze burocratiche e diverse telefonate da e con l’ambasciata del Regno Unito a Mosca (sempre tenendo ben nascosto il passaporto americano) riuscii ad ottenere il visto per entrare in Unione Sovietica, pochi mesi prima che non esistesse più, e da Irkutsk feci il viaggio di Michele Strogoff all’incontrario, fino a Mosca.
Da Mosca mi spostai prima a nord-ovest, a San Pietroburgo, e dopo mi diressi a sud-est, ben più lontano, volando fino a Mumbai. Girai un po’ per il subcontinente indiano con puntate in Nepal e Pakistan, dopodiché trasvolai in Kenya e attraversai gran parte dei paesi dell’Africa Equatoriale e di quelli dell’emisfero boreale. Tenni l’Europa per ultima. Amsterdam, Stoccolma, Oslo, Berlino Colonia Dusseldorf e Heidelberg, dove in virtù della mia immeritata fama di scrittore, non ancora del tutto evaporata, tenni per un semestre un seminario di lingua e letteratura anglo-americana presso l’antica e prestigiosa università. Dalla Germania andai in Islanda e poi di nuovo a sud-est, in Irlanda, terra di avi in cui non ero mai stato. Rientrato sul continente feci un tour a zig zag in Francia, Spagna e Portogallo, indi giù in Marocco e Tunisia per finire di nuovo in Francia, a Marsiglia. Da lì sarei voluto andare in Jugoslavia, peccato che in quei mesi stesse letteralmente esplodendo.
Dunque preferii muovermi attraverso Svizzera e Austria, sostando per qualche giorno a Innsbruck e per una settimana a Vienna, per poi passare in Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia.

Viaggiai verso nord in Danimarca e Finlandia, fino a che in una gelida notte di Natale artico mi venne nostalgia di un posto familiare. Così il giorno di Santo Stefano del ’92 atterrai all’aeroporto Fiumicino di Roma, quasi 10 anni dopo il mio anno sabbatico nella penisola, gran parte del quale trascorso nella Città Eterna.
Ero pressoché senza soldi, ma felice di essere di nuovo lì. Nei cari luoghi fattimi scoprire da mio nonno Bill, dove avevamo passeggiato insieme per lunghi pomeriggi e sere e dove l’avevo salutato per l’ultima volta, senza sapere che dopo di allora l’avrei rivisto solo per altri pochi istanti, prima che chiudesse gli occhi per sempre; giallognolo, smagrito e con cannule infilate da tutte le parti, ormai quasi incosciente, in un ospedale di Zurigo.

Roma mi accolse con il calore del suo cielo, dei suoi mattoni e delle sue pietre millenarie; e la voce allegra, un po’ sguaiata, irresistibilmente ironica della sua gente, con quella parlata da sagra di paese intrisa di nobiltà popolare. Un’antica nobiltà di strada e di bottega, di arti e di mestieri. E di sogni.
Roma è una città dove lucenti schiere di sogni hanno trovato la loro casa, e insieme ad essa vivranno per sempre.

E qui, a mo’ di intermezzo, mi sovviene una citazione di un caro e visionario “collega”:

Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d’ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio.

Neil Gaiman, SandmanA midsummer night’s dream

Rimasi a Roma per quasi un anno, trovai lavoro come corrispondente estero nientemeno che per la nuova Pravda (scoprii che i miei reportage di un paio d’anni prima, scritti fra la Siberia e gli Urali in tempi di glasnost con la mia consueta caustica sincerità, ai Russi erano piaciuti molto, e ora passavo all’incasso). Con quel lavoro riuscii a sbarcare il lunario, prima che mi venissero i sensi di colpa per quei sei anni di prolungata assenza; e tornassi a casa, nel Maine, a restare un po’ di tempo con i miei vecchi, gli zii che mi avevano tirato su dopo la morte dei miei genitori.
Ma poi sono ritornato. Sono tornato a Roma. Molti anni e molte vicissitudini dopo, e non più nell’intero possesso delle mie facoltà fisiche. Ma sono tornato. Mi sono stabilito in un piccolo appartamento di un’elegante palazzina in un’ansa di viale Trastevere. Ed è nel mio studio, affacciato su una contenuta quanto rigogliosa oasi di verde nel cortile sul retro del palazzo, che quest’oggi ho iniziato a scrivere la mia storia.

Il mio secondo libro, dopo una vita. Il primo che possa dire sia davvero mio.
Scrivo la mia storia non perché abbia rinunciato a cercare un altro Bill.
Ma perché alla fine l’ho trovato. Era sempre stato con me, solo che non me ne rendevo conto. Fu il mio amico italiano, il Bill kinghiano per così dire, che mi aprì gli occhi.
Una sera eravamo seduti, l’uno accanto all’altro, su un autobus zeppo di gente. Il 910, da piazza Mancini alla stazione Termini. Con esso facevamo ritorno in albergo dallo Stadio Olimpico, dove avevamo assistito a una bella vittoria della nostra Roma. In un clima generale ancora euforico per l’emozione della partita, a un certo punto Bill mi guardò e mi disse:
– Senti Dave, scusa se te lo dico, magari ci hai già pensato da te chissà quante volte…
– Mmm?
– …ma perché non scrivi di te stesso?
– Cioè?
– La tua storia, intendo. Perché ti ostini a cercare qualcuno di cui poter raccontare la vita? Racconta la tua, di vita. Hai viaggiato per mezzo mondo, visto cose che voi umani non potreste immaginarvi… Hai scritto fiumi di parole che ti hanno reso così poco da costringerti a tornare nel Maine, per insegnare nel tuo vecchio liceo. E non ti lamenti neppure. Perché continui a ossessionarti con quest’idea di raccontare la vita di un altro? Tuo nonno ha raccontato la propria, di vita. Fallo anche tu, no?

Ah.
Lì per lì non gli risposi. Stavo elaborando. Credo che Bill abbia pensato di avermi offeso, perché di fronte al mio silenzio sembrava a disagio.
– Fammi vedere se ho capito. Mi stai forse dicendo di cercare il mio Bill interiore?
– No amico. Ti sto dicendo che il tuo Bill sei tu.

Le sue parole mi colpirono come una rivelazione. Folgorato come Paolo di Tarso, non sulla via di Damasco, ma in vista di Porta Pinciana e delle mura di Roma Antica.
Aveva ragione, porca miseria se aveva ragione. Colsi solo in quel momento, dopo così tanti anni, quello che all’improvviso mi fu chiaro come il vero, autentico significato di ciò che mi disse il nonno, quando mi diede il suo manoscritto: “Ora tocca a te. Sii fiero di ciò che sei e di ciò che farai”.
L’avevo sempre interpretato come una pacca sulla spalla, un incoraggiamento a fare buon uso di quel materiale; cosa che, in effetti, mi era riuscita piuttosto bene.
Ma durante il nostro viaggio in autobus in quella notte romana, quasi schiacciato contro il mio amico tanto era affollato il mezzo, capii che per tutto quel tempo mi ero sbagliato. “Ora tocca a te” voleva esortarmi a fare altrettanto. A essere fiero della vita che avevo (che avrei) vissuto.
E raccontarla. Con parole mie.
Galvanizzato da quella illuminazione, abbracciai Bill così forte da farlo tossire. Lui scherzò su qualcosa che non ricordo, così come non ho ricordi molto chiari del resto della serata. Ormai ero partito per la tangente, il mio cervello si era messo in moto e scatenava la mia immaginazione in cento direzioni diverse.
Ricordo, questo sì, che ci spazzolammo un’ottima cena al Flann O’Brien, e che d’improvviso ci trovammo sfiniti per tutta quell’eccitazione – prima la partita, i cori, le esultanze ai goal di Totti, poi la mia epifania – e ci trascinammo per un paio di isolati fino al nostro albergo, circa a metà di via Nazionale.
Il mattino dopo, ne ero certo, avrei iniziato a scrivere la mia storia.
Invece no.

Il mattino dopo, al risveglio, rimasi per diversi minuti sdraiato a letto, a guardare il soffitto della nostra camera d’albergo; e cercare, fra due piccole sbucciature dell’intonaco, risposte a un’inquietudine che non riuscivo a definire. Poi mi alzai, e mi affacciai alla porta del bagno, dove Bill si stava facendo la barba. Credo avessi un’aria un po’ smarrita; perché lui sulle prime mi salutò gettandomi un’occhiata distratta, poi allontanò il rasoio e mi guardò con più attenzione.
– Dave, ti senti bene?
– Non molto, in verità.
– Problemi di stomaco? Cerchio alla testa? Lo sapevo che non avresti retto la terza pinta rossa.
– No, non sono postumi da doppio malto. E qualcos’altro.
Bill si fece ancora più serio, posò il rasoio, chiuse il rubinetto e si piantò di fronte a me, una guancia ancora insaponata e l’altra no.
– Dimmi che ti stai facendo altre seghe mentali per quella storia del tuo libro.
– Mi sto facendo altre seghe mentali per quella storia del mio libro.
– E perché mai?
– Perché, ora che so di chi scrivere, non so da che parte cominciare.
Bill alzo gli occhi al cielo (lo so, è un’espressione tipica di Twilight, ma – a parte che adoro l’inventiva della Meyer – in quell’occasione Bill alzò davvero gli occhi al cielo), poi mi mise una mano sulla spalla e mi guardò di nuovo dritto in faccia, con un’aria teatrale di finta afflizione.
– Dave.
– Eh.
– Vecchio mio, se non lo sai tu, da che parte iniziare a scrivere la storia di te stesso, who else?
Già. Who else?

Passarono alcuni anni da quella conversazione, e non tornammo più sull’argomento. Anche perché quello stesso giorno rientrammo alle rispettive case, lui nel nord e io nel Maine (all’epoca non mi ero ancora stabilito a Roma, la nostra era stata solo una breve vacanza), e non ci vedemmo né parlammo più. Per un motivo o per l’altro, siamo rimasti in contatto solo via e-mail e sms, ma, ora che ci penso, è davvero un sacco di tempo che non sento la voce di Bill.
Anyway, da quel nostro ultimo incontro ad oggi me ne sono capitate un po’, del genere di quelle che lasciano il segno. E non ho più pensato molto, in verità, alla mia vecchia ossessione. Ho continuato a scrivere articoli per giornali e riviste, e iniziato una collaborazione con una casa editrice in veste di traduttore da e verso l’inglese. Non me la cavo affatto male, per essere un professore di lingua e letteratura anglo-americana.
Fino a che, qualche giorno fa, mi è capitato di fare una piccola scoperta letteraria. Che mi ha ispirato parecchio; tant’è vero che oggi sono qui, a scrivere queste pagine.

(continua qui)

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